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Cos’è una startup? Definizione semplice ed esempi italiani

Le due definizioni che usano davvero fondatori e investitori, le tre parole che separano una startup da una piccola impresa e un test in sei domande da fare sulla tua idea.

Cos'è una startup? Definizione semplice ed esempi italiani

Tua cugina apre un forno a Torino. Il tuo coinquilino passa le serate, a Milano, a costruire un’app che mette in contatto studenti fuori sede e stanze libere. Hanno aperto un’impresa tutti e due, rischiano tutti e due e lavoreranno troppe ore tutti e due. Ma solo uno ha fondato una startup. E la tecnologia, curiosamente, c’entra poco.

Allora, cos’è una startup? In sette minuti avrai le due definizioni che nel settore citano tutti, le tre parole che separano una startup da una piccola impresa, il motivo per cui la “startup innovativa” della legge italiana è un’altra cosa e un piccolo test da fare sulla tua idea. È la prima tappa della nostra mappa per chi parte da zero e punta al primo round.

In breve

  • Una startup è un’impresa progettata per crescere in fretta. Paul Graham lo ha scritto nel saggio Startup = Growth del 2012: la crescita è l’unica cosa davvero essenziale.
  • Per Steve Blank è un’organizzazione temporanea che cerca un modello di business ripetibile e scalabile: non sai ancora con certezza chi compra, a che prezzo e attraverso quale canale.
  • Una piccola impresa, come un forno o uno studio grafico, applica un modello già noto e punta a un utile stabile. Una startup sta ancora testando il suo modello e spesso accetta anni di perdite pur di crescere.
  • In Italia la “startup innovativa” è uno status giuridico previsto dal decreto-legge 179/2012, con requisiti come spese in R&S pari almeno al 15% del maggiore tra costo e valore della produzione, oppure un brevetto. È un’etichetta di legge, non la definizione di startup.

Cos’è una startup: le due definizioni da ricordare

La definizione più citata è di Steve Blank. Nel gennaio 2010 scriveva che una startup è “un’organizzazione nata per cercare un modello di business ripetibile e scalabile” (le citazioni dall’inglese le abbiamo tradotte noi). Due anni dopo, in un post intitolato Search versus Execute, ha aggiunto una parola sola. Temporanea.

Quella parola pesa. La ricerca deve finire. O trovi un modo di guadagnare che funziona ogni volta (ripetibile) e continua a funzionare mentre cresci (scalabile), e allora diventi un’azienda normale che esegue, oppure finiscono prima i soldi e la pazienza.

L’altra definizione che sentirai spesso è di Paul Graham, da un saggio del settembre 2012 intitolato Startup = Growth: “Una startup è un’azienda progettata per crescere in fretta”. Essere appena nata non basta, scriveva. Occuparsi di tecnologia non è obbligatorio, e nemmeno raccogliere capitali di rischio. “L’unica cosa essenziale è la crescita”.

Poi aggiungeva una frase che toglie parecchia confusione: negli Stati Uniti nascono milioni di aziende ogni anno e solo una minima parte sono startup. In Italia, nel 2025, le Camere di commercio hanno registrato 323.533 nuove imprese. Sono tutte imprese nuove. Questo, da solo, non ne fa delle startup.

Crescita, scalabilità, incertezza: le tre parole che contano

Crescita. Graham la misura a settimane. Durante il programma di Y Combinator, scriveva, un buon ritmo sta tra il 5 e il 7% a settimana, il 10% è eccezionale e l’1% fa pensare che tu non abbia ancora capito cosa stai facendo. Sembrano numeri piccoli, finché non li fai crescere uno sull’altro. All’1% a settimana un’azienda diventa 1,7 volte più grande in un anno; al 5% diventa 12,6 volte più grande.

Scalabilità. Un’attività è scalabile quando servire i mille clienti successivi costa molto meno di quanto sono costati i primi mille. Un forno non ci riesce: più pane vuol dire più farina, più forni e più persone sveglie alle quattro del mattino. Software, piattaforme e marketplace invece sì. Airbnb è nata nel 2007, quando due host hanno accolto tre ospiti nella loro casa di San Francisco; oggi conta più di 5,5 milioni di host e oltre 2,5 miliardi di arrivi di ospiti, senza possedere le case.

Incertezza. È la “ricerca” di cui parla Blank. Il fornaio sa che la gente compra il pane, più o meno a che prezzo e a che ora. Chi fonda una startup va a tentativi quasi su tutto: chi è il cliente (un’azienda o un consumatore, quello che si chiama B2B o B2C), quanto pagherà, come raggiungerlo, se tornerà. I primi mesi servono a trasformare queste ipotesi in fatti.

Se manca una delle tre, probabilmente hai una piccola impresa. Magari ottima.

Startup o piccola impresa: che differenza c’è?

Pensa a un bar di Milano dove il caffè si paga con Satispay. Il bar è una piccola impresa: modello collaudato, clienti del quartiere, utili (se va bene) già dal primo anno. L’app sul telefono del cliente è la startup.

Satispay è nata nel 2013 da tre cuneesi, Dario Brignone, Samuele Pinta e Alberto Dalmasso. L’idea era arrivata nel 2012, quando facevano ancora altri lavori; poi si sono licenziati per dedicarcisi a tempo pieno. I primi 400.000 euro li hanno messi sessanta persone che credevano in loro. A giugno 2017 l’app aveva 130.000 clienti e 18.000 negozi. Oggi l’azienda dichiara 6,5 milioni di utenti e più di 750 persone.

Piccola impresaStartup
ObiettivoUtile stabile e un buon reddito per i titolariCrescita rapida verso un’azienda molto grande
CrescitaGraduale, spesso localeVeloce, su un mercato grande e spesso internazionale
Modello di businessNoto e collaudatoAncora da trovare e da mettere alla prova
FinanziamentoRisparmi, prestiti bancari, utiliQuote vendute a business angel e fondi di venture capital, a volte contributi pubblici
RischioModerato e visibileAlto: il modello potrebbe non funzionare mai
ExitSpesso nessuna: i titolari tengono l’attività o la passano ai figliVendita o quotazione in Borsa, il momento che gli investitori aspettano
Differenze tipiche: le aziende reali stanno ovunque tra le due colonne. Fonti: Steve Blank (2010, 2012), Paul Graham (2012).

Non è una classifica. Tanti forni fanno guadagnare ai titolari più di quanto la startup media faccia guadagnare ai suoi fondatori. Sono solo giochi diversi, con soldi diversi e probabilità molto diverse.

La “startup innovativa” è la stessa cosa?

No, e in Italia la confusione è all’ordine del giorno. La startup innovativa è uno status giuridico creato dal decreto-legge 179/2012. Per entrare nella sezione speciale del Registro delle imprese serve una società di capitali giovane (una SRL, per esempio) che si occupi in modo esclusivo o prevalente di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico.

Deve anche rispettare almeno uno di tre requisiti: spese in ricerca e sviluppo pari almeno al 15% del maggiore tra costo e valore totale della produzione, un team composto per almeno un terzo da dottori di ricerca o ricercatori (o per due terzi da laureati magistrali), oppure la titolarità di un brevetto o di un software registrato.

Con la legge annuale sulla concorrenza del 2024 (legge 193/2024), per restare nella sezione speciale oltre il terzo anno bisogna centrare obiettivi precisi. I vantaggi ci sono e li trovi nella nostra guida ai requisiti e vantaggi della startup innovativa. Però un’azienda può crescere a razzo senza essersi mai iscritta, e una startup innovativa regolarmente registrata può comportarsi, nei fatti, come una piccola impresa.

Come si finanzia una startup?

Il forno chiede un prestito alla banca e lo restituisce con gli utili. Una startup di solito non può. Per anni non ci sono utili, e c’è ben poco che una banca accetterebbe come garanzia. Così vende pezzi di sé: gli investitori comprano equity, cioè quote della società, sapendo che molte scommesse andranno perse e sperando che un grande successo ripaghi tutte le altre.

L’ordine tende a ripetersi. Prima il tempo e i risparmi dei fondatori, poi i soldi di amici e parenti, poi singoli investitori chiamati business angel, infine i fondi di venture capital, che investono denaro altrui. Ogni passaggio è un round, con un nome e una dimensione tipica. Dopo i sessanta sostenitori della prima ora, Satispay ha chiuso un primo round da 5 milioni di euro, metà dei quali messi da Iccrea.

Gli investitori guadagnano soprattutto all’exit, quando la società viene venduta o si quota in Borsa. Ecco perché chiedono della dimensione del mercato e della crescita molto prima di chiedere degli utili, e perché anche un forno splendido e redditizio non è un investimento da venture capital. Il passo successivo della mappa spiega come funzionano i round di finanziamento di una startup, dal bootstrapping alla Serie A.

La mia idea è una startup? Sei domande a cui rispondere sinceramente

Un “no” non è una bocciatura. Ti dice solo con quali regole stai giocando. Se una parola ti blocca, il nostro glossario delle startup per chi comincia ne spiega cinquanta in parole semplici.

  1. Potresti servire dieci volte più clienti senza dieci volte più personale e più costi?
  2. Il mercato è grande, o l’idea potrebbe funzionare anche fuori dalla tua città e dall’Italia?
  3. Non sai ancora bene chi paga, quanto e attraverso quale canale? Quell’incertezza è proprio la ricerca di cui parla Blank.
  4. Saresti disposto a cedere una parte della società a degli investitori in cambio di velocità?
  5. Riesci a reggere qualche anno di perdite, se la crescita c’è?
  6. C’è un motivo per cui l’idea può funzionare oggi e non avrebbe funzionato cinque anni fa, come una nuova tecnologia, una nuova norma o una nuova abitudine?

Quasi tutti sì? Allora la domanda successiva è se qualcuno pagherà davvero, e il nostro piano di sette giorni per validare un’idea di startup senza spendere ti mostra come scoprirlo. Se il problema sono i soldi, leggi come aprire una startup senza soldi. E per la prova che le grandi aziende partono minuscole, ecco le startup italiane partite in piccolo, più il nostro elenco degli unicorni italiani per le poche arrivate fino in fondo.

Cos’è una startup in parole semplici?

Un’impresa giovane costruita per crescere in fretta vendendo a un mercato molto grande, con un modello di business che sta ancora mettendo alla prova. Paul Graham la riassume così: un’azienda progettata per crescere velocemente.

Che differenza c’è tra una startup e una piccola impresa?

La piccola impresa applica un modello che già funziona e punta a un utile stabile, spesso su un mercato locale. La startup cerca ancora il suo modello e punta a crescere in fretta, di solito con i soldi degli investitori.

Una startup deve per forza essere tecnologica?

No. Graham scriveva che la tecnologia non è necessaria, la crescita sì. La tecnologia rende solo più facile crescere in fretta e a basso costo, ed è per questo che tante startup si basano sul software.

Ogni startup innovativa è una startup?

Non per forza. La startup innovativa è uno status giuridico italiano (decreto-legge 179/2012) con requisiti formali come spese in R&S, personale qualificato o un brevetto. Porta dei vantaggi, ma non rende un’azienda progettata per crescere in fretta.

Quando una startup smette di essere una startup?

Quando la ricerca è finita. Nei termini di Steve Blank, quando il modello di business è noto e ripetibile l’azienda passa dal cercare all’eseguire.

Adaxit

Non sai se la tua idea è una startup o una piccola impresa? Il test di prontezza in 12 domande ti mostra cosa ti chiederebbero per primo gli investitori.

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Contenuto informativo: non costituisce consulenza in materia di investimenti né offerta al pubblico.

L’autore

Cassio Thiengo

Prepara startup e PMI a raccogliere capitali e ad aprire nuovi mercati tra Europa, Stati Uniti e America Latina, e lavora con investitori dall’Europa, dal Golfo e dall’Asia. Ha base a Milano.

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Ogni due settimane, il mercato del capitale in cinque minuti di lettura.